RICETTE PER LA CRESCITA: PIÙ INGEGNERI E MENO FILOSOFI  
 

 

di Nicola Persico 13.03.2012

 

La mancanza di sbocchi lavorativi per i laureati italiani è un problema serio. Tuttavia, a renderlo ancora più grave contribuiscono le scelte dei giovani, che spesso si orientano verso le facoltà umanistiche tralasciando quelle scientifiche o manageriali. Dovremmo invece seguire l'esempio di Singapore, un paese che non ha risorse naturali, ma che negli ultimi anni è cresciuto più dell'Italia. Perché ha investito nel capitale umano dei suoi giovani e oggi produce, in proporzione, il doppio dei nostri ingegneri e manager, un ottavo dei nostri avvocati e un quarto dei nostri umanisti.
Il Corriere della Sera ha di recente pubblicato un articolo dal titolo “I laureati italiani? Sempre più disoccupati”. (1) Ovviamente, la mancanza di sbocchi lavorativi in Italia è un serio problema. Però credo che sia reso ancora più grave dalla scelta improvvida della facoltà universitaria.

IL CAPITALE UMANO DI SINGAPORE

Nel 2004, quando insegnavo alla University of Pennsylvania, mi capitò sotto mano il libretto universitario più spettacolare che abbia mai visto: doppio major (laurea, diciamo) in economia e matematica, tutti A (il voto più alto possibile), e percorso universitario finito in tre anni invece di quattro. A chi apparteneva questo libretto? A Jasmin Lau, studentessa di Singapore, una delle due arrivate quell'anno a University of Pennsylvania con una borsa di studio dello Stato di Singapore.
L'aneddoto rivela un fenomeno più generale. Singapore sta facendo qualcosa di buono con i suoi studenti. Infatti, se guardiamo i punteggi Pisa del 2009 gli studenti di Singapore risultano secondi al mondo per capacità matematiche, mentre l’Italia è al trentaquattresimo posto in classifica. (2) Singapore è anche una delle nazioni cresciute più velocemente negli ultimi trenta anni, e infatti ha ampiamente scavalcato l'Italia per Pil pro-capite. (3) Le due cose sono collegate: Singapore cresce non perché abbia risorse naturali--non ne ha--ma perché ha capitale umano.

COSA STUDIANO A SINGAPORE?

E allora, se Singapore ha capito tutto dell'istruzione, perché non andare a guardare cosa studiano i suoi studenti? Mi riferisco in particolare alla distribuzione degli studenti fra le diverse discipline di studio perché una cosa che mi ha sempre colpito dell'Italia è quante persone studiano discipline come Filosofia, che hanno scarsi sbocchi lavorativi.
Ho perciò costruito la seguente tabella incrociando i dati Istat sulla tipologia delle lauree rilasciate nel 2004 da corsi di 4-6 anni, con i corrispondenti dati per Singapore. (4) Naturalmente per riconciliare le differenti classificazioni ho dovuto fare alcune scelte un po' arbitrarie, ma nulla che infici il messaggio di fondo. La tabella riporta le percentuali di laureati per disciplina. Si nota come i laureati italiani si concentrino su discipline umanistiche, mentre quelli di Singapore si concentrano su discipline scientifiche e manageriali.
 
Se prendiamo Singapore come un modello di una nazione che vive di capitale umano, che mi sembra debba essere la vocazione dell’Italia, vediamo che non solo c'è una differenza di livello di istruzione (vedi i punteggi Pisa), c’è anche una differenza di composizione della coorte dei laureati. Non è dunque troppo sorprendente che un sistema come quello di Singapore, che produce il doppio (in proporzione) dei nostri ingegneri e manager, un ottavo dei nostri avvocati e un quarto dei nostri umanisti, sia più capace di innovare e di crescere.

MA L'UMANESIMO PAGA?

Perché gli studenti italiani sono così sbilanciati a favore delle discipline umanistiche, non solo rispetto a Singapore, ma anche rispetto a qualsiasi concezione realistica della composizione della domanda di lavoro? È possibile che, in una maniera o nell'altra, tutti gli umanisti che produciamo se la passino meglio degli scienziati?
Per saperne di più mi rivolgo di nuovo all'Istat. La tabella seguente riporta un altro dato sul campione dei laureati italiani di cui alla tabella precedente: la percentuale dei laureati in ogni disciplina che, a tre anni dalla laurea, avevano un lavoro di tipo continuativo, dipendente, e a tempo indeterminato, il mitico "posto fisso" insomma.
La tabella evidenzia considerevoli discrepanze che vanno più o meno nella direzione che ci si aspetterebbe. Eccetto per i geo-biologi, i laureati in tutte le discipline scientifiche hanno una probabilità di impiego fisso superiore al 50 per cento, così come i laureati in discipline economico/manageriali. Nessun'altra disciplina raggiunge la soglia del 50 per cento.
 
Metto subito le mani avanti: la tabella dà un quadro troppo netto. Gli architetti, per esempio, non sono quasi tutti disoccupati: lavorano, e anche in modo continuativo; ma lo fanno come lavoratori autonomi (50,9 percento di essi, secondo l’Istat)mentre la tabella riporta solo i lavoratori dipendenti. Per questa ragione la tabella va interpretata con cautela. Ma, nonostante questa limitazione, credo che la misura che ho scelto sia comunque correlata con quello che intendo misurare, cioè la facilità per i laureati di trovare un buon lavoro stabile. (5) Tenendo a mente la cautela interpretativa, la tabella ci dà comunque un messaggio: le discipline umanistiche non pagano, quelle scientifico/manageriali sì. O, per essere più precisi, è più facile trovare un lavoro dipendente a tempo indeterminato laureandosi in scienze o economia, che non in discipline umanistiche.
In conclusione: è vero che è difficile trovare lavoro, però è vero anche che la popolazione investe nel tipo di capitale umano meno vendibile sul mercato del lavoro.


(1) L’articolo, pubblicato sul Corriere della Sera del 6 marzo 2012, riprende un rapporto di Almalaurea sul mercato del lavoro che è interessante e consiglio a tutti.

(2) Pisa, Programme for International Student Assessment, è un’indagine internazionale promossa dall’Ocse che mira ad accertare con periodicità triennale conoscenze e capacità dei quindicenni scolarizzati dei principali paesi industrializzati.

(3) Passando da un reddito pro capite pari al 40 per cento di quello Usa nel 1980, all'82 per cento nel 2010. Il rapporto Usa/Italia nello stesso periodo è rimasto praticamente invariato.

(4) Si veda, rispettivamente, "I laureati e il mercato del lavoro: Inserimento professionale dei laureati. Indagine 2007", a cura di Francesca Brait e Massimo Strozza. Prospetto 1.2, pag. 16. E Ang Seow Long, "Gender Differentials in Fields of Study among Graduates", Statistics Singapore Newsletter, September 2006.

(5) Misure che includono lavoro autonomo, occasionale, etc. sarebbero a mio giudizio meno utili perché sospetto che alcuni (molti?) di quegli architetti che si dichiarano lavoratori autonomi non abbiano abbastanza lavoro. Ecco perché ho preferito riportare la percentuale di lavoratori dipendenti come misura della facilità di trovare lavoro.